Il monopolio delle multinazionali verso il commercio è partito quando in Italia hanno cambiato le regole del commercio dando seguito alla liberalizzazione. Come ben sapete io faccio l’ambulante, mio marito è ambulante, suo padre era ambulante e aveva anche un negozio, quindi il commercio lo abbiamo vissuto. Ma lo abbiamo visto morire in questi ultimi 30 anni. Nessuno lo ha difeso, tanto meno quei sindacati nati per difenderlo. Mi sentirò ambulante per tutta la vita, anche se per qualche motivo dovessi smettere di farlo.

Quando ho iniziato a fare la commerciante, nel 1995, ho dovuto dare l’esame per il REC. Le licenze erano contingentate e c’erano i settori merceologici, quindi si aveva anche un mercato più vario, più diversificato nella merce messa in vendita. In più, non ci si improvvisava commerciante. Per farvi capire meglio, quando nel 1992 ha aperto l’Ipermercato a Savignano sul Rubicone, per potere aprire e vendere determinate tabelle merceologiche ha dovuto comprare le licenze dai negozianti di Savignano sul Rubicone.

Con la liberalizzazione invece gli ipermercati non avevano più bisogno di comprare le licenze: era sufficiente fare richiesta al comune ed il comune avrebbe concesso la licenza. Ecco che da allora hanno iniziato a spuntare come funghi centri commerciali e supermercati. Di certo la liberalizzazione non è stato un vantaggio per una piccola attività commerciale sia a sede fissa che al mercato, che in 30 metri quadrati, anche se poteva vendere di tutto, non avrebbe mai potuto fare concorrenza ad un centro commerciale, che aveva ampio spazio per potere vendere di tutto. Ma la liberalizzazione è stata sbandierata come un grande successo da parte delle associazioni, Confesercenti e Confcommercio, che avrebbero invece dovuto monitorare e difendere le piccole attività commerciali, come il loro ruolo prevedeva.

Da qui è nata la possibilità di vendere anche solo un ramo d’azienda, cioè si poteva vendere ogni posteggio singolarmente.

Con la liberalizzazione, le tabelle merceologiche sono diventate solo 2: alimentari e non alimentari. È ancora più importante sottolineare che prima della liberalizzazione quando un commerciante vendeva la propria azienda non poteva intestarsi un’altra licenza prima di 5 anni: questo serviva per non fare speculazioni.  Si è venuta a perdere così la professionalità del commerciante, e quindi il decadimento anche della qualità della vendita, perché senza esperienza non si può diventare un bravo commerciante. Queste leggi, invece di essere un vantaggio per il piccolo commerciante, sono state solo uno svantaggio.

Questo ha creato anche la chiusura di un comparto commerciale importante che caratterizzava la nostra economia italiana: l’artigianato. L’Italia era il paese che aveva l’artigianato più bello e riconosciuto in tutto il mondo. Ma anche qui la liberalizzazione e quindi l’importazione da paesi dove la manodopera è a basso costo, hanno fatto chiudere fabbriche ed artigiani e di conseguenza si è venuta a perdere la differenziazione che si aveva con l’artigianato italiano sui banchi del mercato.  Ma nessuno si è opposto a tutto ciò, e questa liberalizzazione ha avuto i suoi effetti drammatici nei confronti delle piccole attività commerciali, creando desertificazione nelle città, visto la continua chiusura di negozi ed anche la perdita di attività storiche, che non hanno trovato chi le potesse sostituire, proprio perché non si riesce a fare concorrenza alle multinazionali.  Molte multinazionali hanno sede fiscale all’estero e si trovano a pagare tasse molto più basse: le piccole attività commerciali italiane, invece, le tasse le pagano in Italia. Nessuno si è opposto a questo, soprattutto da parte di chi aveva il compito di farlo.  In questi anni, poi, con l’avvento di Amazon, i problemi si sono amplificati.

Anche qui il problema c’è! Ma nessuno prova a trovare una soluzione con la politica nazionale, per risolverlo e creare così una concorrenza più leale nei confronti delle piccole attività commerciali.

Arrivati a questo punto, progettare una crescita del piccolo commercio diventa più complicato e difficile.

È divertente (naturalmente lo dico in maniera ironica) leggere tutti gli articoli di giornale in cui le associazioni Confesercenti e Confcommercio mettono i dati relativi ai numeri dei negozi chiusi in Italia. Sangalli della Confcommercio, in un articolo del Sole 24 ore dell’8 febbraio 2024, dice che tra il 2012 ed il 2023 sono stati chiusi 113 mila negozi al dettaglio ed aggiunge anche che hanno cessato l’attività 24 mila ambulanti. Specifica anche che 31mila negozi al dettaglio hanno chiuso durante la recente crisi. La recente crisi di cui parla non sarà mica legata al Covid?  Perché, anche qui, dov’erano quando i piccoli negozi ed i mercati ambulanti dovevano stare chiusi mentre le multinazionali hanno continuato a lavorare? Vogliamo parlare di Amazon, che proprio nel 2020 ha triplicato i suoi incassi?  Ora vi riportiamo dei dati a confronto su una città, Forlì, solo per darvi un’idea di come le nostre città si sono desertificate da quando c’è la liberalizzazione. Sul Carlino Forlì di giovedì 16 marzo 1989 uno studio ha contato a Forlì 2080 imprese commerciali a sede fissa, 470 ambulanti, 450 esercizi pubblici.  L’ ultimo dato disponibile che abbiamo trovato, ad oggi, è di giugno 2023 dove si contano 963 imprese di commercio al dettaglio (622 in centro e 341 all’esterno). Dato preso dal Resto del Carlino, edizione web, Forlì, 10 febbraio 2024.

A questo punto una domanda che viene spontanea è: SE CHIUDONO I NEGOZI, PERCHE’ NON CHIUDONO ANCHE CONFESERCENTI E CONFCOMMERCIO?

Questo testo è tratto dal mio libro scritto nel 2024: “RIPARTIAMO DA QUI” la nostra Costituzione Italiana: io penso perché io sono. In questo mio libro spiego gli articoli della Costituzione Italiana  dal 1 al 47. Vi spiego il loro significato per farvi entrare nella mentalità dei nostri Padri Costituenti. Certamente uno può pensare, io la Costituzione la conosco. Risposta errata! Dentro a ogni articolo della nostra Costituzione c’è molto di più delle parole, le parole hanno un filo, un nesso logico, hanno anima e parlano, questi articoli sono la parte filosofica della nostra Costituzione.

Quest’anno ho scritto la seconda parte ed è la parte politica, cioè quella parte che avrebbe dovuto tramutare la parte filosofica in norme, in leggi. Il titolo del secondo libro è: FINO ALLA FINE, la nostra Costituzione Italiana io penso perché io sono. Qui spiego articolo per articolo la parte politica: il parlamento, il governo e il Presidente della Repubblica. Ecco che qui troviamo le sorprese perché nessuna istituzione esegue più le sue funzione come dice  la nostra Costituzione. Prima di dare il voto, bisogna conoscere la nostra Costituzione perché ci stanno prendendo in giro da anni. Chi fosse interessato, ai miei due libri, mi contatti in privato e con una modica cifra, invierò i PDF