Non aspetterò più che mi arrivi la palla al balzo.

Filippo è un bambino che frequenta la terza elementare ed è figlio unico. A scuola è più bravo in matematica, in italiano è un po’ pasticcione e c’è una cosa che non sopporta proprio, sono le poesie da imparare a memoria. E’ terrorizzato tutte le volte che la maestra le dà per compito. Tutte le poesie sono un problema, anche quelle più corte. Gli piace giocare e scherzare con tutti, ormai sono quasi tre anni che sta insieme ai suoi compagni di classe. Lui ancora non lo sa ma i suoi genitori hanno deciso di cambiare lavoro e anche di cambiare città. Pensano che anche Filippo sarà contento di questa scelta perché dove andranno ad abitare gioca la sua squadra del cuore. Così qualche volta potrà andarla a vedere con il babbo pensa la mamma. Ma non fu così. Appena hanno detto a Filippo che doveva cambiare città è corso nel suo letto a piangere e ad urlare che non voleva lasciare i suoi amici. È stata dura ma piano piano promettendogli sempre qualcosa di più Filippo sembrava accettare questo cambiamento. Sembrava, perché sicuramente in cuor suo, pensava come avrebbe fatto senza i suoi amici di sempre. Fu così che un giorno entrò nella sua nuova casa, un po’ in periferia, almeno c’era un po’ di verde. Proprio di là della strada c’era un grande giardino e vedeva dei bambini giocare a pallone. Stette tutto il pomeriggio sulla seggiolina, in piedi, a vedere giocare quei bambini attraverso il vetro della finestra della cucina. Sentire le loro urla di gioia dopo un gol o di dolore per un calcio in uno stinco o di rabbia per uno sgambetto gli provava un po’ di malinconia perché anche lui giocava pallone con i suoi amici dove abitava prima ma adesso, non conoscendo nessuno di loro, non si arrischiava di andare lì a giocare. Quante partite, da allora, ha visto da quella finestra e quante volte gli è scivolata una goccia dai suoi occhi. Per di più, mi stavo dimenticando, i genitori si erano trasferiti a fine anno scolastico, e Filippo non ha avuto neanche la possibilità di conoscere i suoi nuovi compagni di scuola. I suoi genitori provavano a spronarlo e si erano proposti anche di accompagnarlo lì nel giardino, ma Filippo un po’ per vergogna un po’ per ripicca correva a rinchiudersi in bagno. Passò così un mese, 30 giorni di tristezza e malinconia passati da solo con i suoi pensieri. Poi un giorno successe una cosa che cambiò la vita di Filippo. La mamma decise di portare con sé Filippo in centro a fare delle compere e prese l’autobus così non avrebbe avuto problemi a parcheggiare se avesse preso la sua macchina. Fatte le compere ripresero l’autobus per tornare a casa. Con un po’ di stupore scoprirono che la fermata era dall’altra parte del giardino e per tornare a casa lo avrebbero dovuto attraversare tutto e passare vicino dove giocavano i bambini a pallone. Cercando di non passare dove i bambini stavano giocando, la mamma, con Filippo mano nella mano passò a fianco della siepe, dietro la porta improvvisata con bastoni e maglioni uno sopra l’altro. Sembrava che ormai ce l’avessero fatta a passare quando un giocatore scagliò un tiro verso la porta, il portiere mancò la parata e la palla arrivò con una certa forza e colpì il cappello della mamma facendolo cadere per terra. Allora Filippo, senza neanche pensarci due volte, raccolse la palla la lanciò in alto, e con tanta rabbia la calciò al volo. Venne fuori un tiro fortissimo che sibilando passo sopra la testa del portiere e arrivò fino alla porta più lontana, dall’altra parte del giardino. Non fece tempo di fare niente quando sentì una voce a lui diretta: “vuoi giocare con noi? Filippo non aspettava altro lasciò la mano della mamma e cominciò a giocare e divertirsi più che mai. Tornò a casa stanchissimo, ma contentissimo, dopo più di un mese aveva giocato a pallone. E prima di tornare a casa, finita la partita, un bambino gli chiese: ma come facevi a sapere tutti i nostri nomi? Lui rispose: “è da un mese che vi guardo giocare dalla finestra. Li ho imparati a forza di guardarvi. Il nuovo amico ribatté ma perché non sei venuto prima giocare? “  E Filippo un po’ dispiaciuto: non ti preoccupare Giorgio non mi capiterà più. Si girò e corse verso casa ripromettendosi che la prossima volta non avrebbe aspettato una palla caduta dal cielo per giocare con dei nuovi compagni.

(proprietà intellettuale di Marco Mazzuoli)

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